Caos migranti, la domanda che viene "prima" dell'accoglienza, dei vertici e delle quote.

Caro direttore,
in questi ultimi giorni con l’imponente aumento di profughi in arrivo in Europa, sta aumentando anche lo smarrimento della gente: si sta discutendo molto sulla necessità di fermare il flusso intervenendo nei Paesi di origine o di assicurare rigide distinzioni tra chi è veramente profugo da paesi in guerra e chi no, fino a dibattere, soprattutto nel mondo cattolico, sulla eventuale preferenza da dare a profughi cristiani, siriani in particolare, perseguitati dall'Isis.
La mia esperienza nel villaggio di accoglienza “Ca’ Edimar“ a Padova, iniziata nel 2001, mi fa dire che c’è qualcosa che viene prima di tutto questo, e la drammatica circostanza in cui siam o, per l’imponenza del problema che presenta, ha comunque un merito: che l’accoglienza del diverso da sé esce dai luoghi tipicamente preposti a questo (opere sociali, comunità, adozioni, etc.) e rappresenta una domanda e una grande opportunità per tutti, cristiani e non.
Si, c’è qualcosa che viene prima del “posso o non posso” – è giusto non è giusto – serve o non serve. È la domanda a cui il cuore dell’uomo, di ogni uomo non può sfuggire ed è quella che introduce il bellissimo titolo del prossimo Meeting di Rimini “Tu sei un bene per me”.
Nessuna paura per i lettori: lasciare che il cuore affermi questa verità suprema dell’essere, “Tu sei un bene per me”, non significa immediatamente e meccanicamente “allora ti accolgo a casa mia”: è molto di più, non confinabile e misurabile nell’atto concreto di solidarietà che poi può nascere. È allargare la propria umanità, fatta di ragione e cuore, fino ai confini ultimi del mistero della vita e perciò della persona, di qualunque persona.
quando ho portato il primo ragazzo di strada a casa mia, nell'ormai lontano 1996, l’esito non è stato innanzitutto la decisione di accogliere altri, ma che, guardando nell'estraneo fino ad arrivare a scorgere ciò che mi univa a lui e non me lo rendeva più estraneo, ho guardato i miei figli e mia moglie con più verità. Non occorre la fede per fare questo percorso. Basterebbe essere leali con se stessi, partendo da domande semplicissime e disarmanti come quella che mi faccio ancora davanti ad ogni persona bisognosa che bussa alla porta di Ca’ Edimar o che vedo nei crocicchi della strada a chiedere la carità: che meriti ho io per non essere nato e cresciuto in un ambiente che mi avrebbe portato ad essere come loro? Ho forse scelto io di nascere dove sono nato e non in un villaggio del Brasile dove scappa a otto anni, come fu per Edimar, e diventare menino de rua per sopravvivere? Ricordo quando don Giussani ci raccontava di sua mamma che, quando era piccolo, rimboccando le coperte del suo letto era solita dire al figlio: “Pensiamo ai poveri [...] pensiamo a quel che è successo in Giappone, pensa alla guerra che c’è in Cina”.

L'articolo è stato pubblicato su Il Sussidiario

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